Porti chiusi alle armi ed aperti ai migranti

Gianni del Panta

Il 20 maggio scorso, i lavoratori portuali delle banchine di Genova hanno impedito alla nave saudita Bahri Yanbu di caricare del materiale militare che sarebbe stato utilizzato nella guerra in Yemen, imponendo infine al cargo di lasciare il porto senza il materiale previsto. Questa rappresenta un’indiscutibile vittoria per i lavoratori ed un’azione che sarà ricordata come uno degli scioperi più significativi della classe operaia italiana nei prossimi anni, rafforzando una lunga tradizione di solidarietà internazionale che ha visto spesso i portuali genovesi in prima fila. Inoltre, lo sciopero ha sconfitto la narrativa tossica ed egemonica – sfortunatamente condivisa anche da alcuni settori della sinistra – che rappresenta i lavoratori come razzisti, egoisti e reazionari, mentre la classe media sarebbe aperta, altruista e progressista. Nel corso degli ultimi anni, quando prendiamo in considerazione i fatti e non le mere dichiarazioni d’intenti, una simile prospettiva è stata costantemente rigettata dalla realtà. Cosa è successo a Genova dimostra ancora una volta che solo una classe operaia ben organizzata e consapevole può avere la meglio contro razzismo e xenofobia, contrastandoli sul piano della giustizia sociale, dell’internazionalismo e della solidarietà.

Abbiamo raggiunto uno dei membri del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali che ha guidato lo sciopero, chiedendogli di condividere le sue impressioni e sensazioni.

Quali azioni avete intrapreso per mobilitarvi?

La scintilla che ha incendiato l’intera prateria è stato certamente quanto successo a Le Havre. Abbiamo saputo che i portuali dello scalo francese si erano rifiutati di caricare la stessa nave – l’ormai “famosa” Bahri Yanbu – solamente alcuni giorni prima. Ci siamo iniziati a parlare durante e dopo i turni di lavoro ed è chiaramente emerso un sentimento diffuso: nessun lavoratore voleva caricare armi oppure equipaggiamenti militari destinati ad uccidere civili da qualche parte nel mondo. Per organizzare la protesta abbiamo chiamato un’assemblea il 17 maggio – ovvero, tre giorni prima dell’atteso arrivo della nave nel porto di Genova. In maniera simbolica, l’incontro si è svolto nella storica sala dei portuali, da dove sono partite molte grandi battaglie nei passati decenni. Il grado di partecipazione è andato oltre ogni più rosea aspettativa. C’erano infatti dozzine di lavoratori e militanti nella sala. Per di più, anche molte associazioni e partiti politici di sinistra erano presenti all’incontro.

E poi cos’è successo?

A causa della grande partecipazione all’assemblea e per la pressione esercitata dai lavoratori dal basso, i sindacati confederali sono stati “costretti” a chiamare uno sciopero per il 20 maggio dalle 6 alle 12 di mattina. In tal senso, la mobilitazione guidata dal Collettivo è stata certamente importante, creando una situazione nella quale i confederali si sono trovati in una posizione particolarmente complicata: sostenere lo sciopero, oppure rischiare di perdere contatto con i lavoratori. Per ovvie ragioni, hanno scelto la seconda opzione.

A questo punto, il dado era tratto…

Certamente, la preparazione dello sciopero era già in corso. Tuttavia, il suo successo rimaneva incerto. Il 20 maggio ci siamo alzati presto la mattina, quando il resto della città dormiva ancora. Come sempre, del resto. Le speranze e le ansie erano comunque ad un livello straordinariamente elevato quella mattina. È stato un vero sollievo vedere che le banchine erano già piene di persone prima delle 6. Non meno di 60 operai hanno partecipato allo sciopero. Con loro c’erano anche molti compagni e militanti dietro lo striscione “porti chiusi alle armi, porti aperti ai migranti”. Lo sciopero e le azioni dimostrative con l’utilizzo di fumogeni sono state un successo. Le operazioni di carico della nave non sono neanche iniziate. E dopo due giorni, la Bahri Yanbu ha lasciato il porto senza nessun equipaggiamento militare a bordo.

Se capisco bene le tue parole, il ruolo del Collettivo è stato cruciale per la mobilitazione. Puoi dirci qualcosa al riguardo?

Il Collettivo ha una lunga storia. Per la prima volta è stato creato nei primi anni settanta. Poi, è riemerso in molte occasioni, specialmente all’apice delle lotte operaie. Quando abbiamo deciso di riformare il Collettivo poco dopo il 2010, il tentativo era quello di mantenere viva la tradizione del movimento operaio tra i moli del porto di Genova. Al riguardo, il Collettivo non è solamente impegnato nel promuovere coscienza militante tra i lavoratori, ma è anche interessato a fare attività politica in un senso più ampio. Per esempio, abbiamo preso parte al sit-in chiamato contro la presenza di Casapound – un’organizzazione fascista – a Genova il 23 maggio. Per quanto la Costituzione italiana vieti la ricostituzione del disciolto partito fascista in qualsiasi forma, la polizia ha violentemente attaccato l’ampia mobilitazione anti-fascista, proteggendo invece il minuscolo raggruppamento fascista, forte al massimo di 30 persone.

Nel corso dello sciopero avete ricevuto la solidarietà da altri lavoratori?

Sì. Di gran lunga, il più importante attestato è stato il comunicato pubblicato dai portuali di Marsiglia. Erano stati informati del nostro sciopero e si sono mobilitati in una maniera veramente simile, bloccando le operazioni di carico delle armi. In tal senso, la lotta di classe e la solidarietà internazionale si sono dirette dalla Francia all’Italia – vale a dire, da Le Havre a Genova – e poi sono tornate di nuovo in Francia, mentre i due paesi stanno al momento lottando in Libia per il controllo del paese in una nuova battaglia imperialista. Inoltre, anche i macchinisti dei treni che operano all’interno del porto ed i camionisti che erano in attesa di salire con i loro mezzi a bordo delle navi ci hanno dimostrato solidarietà. È stato fantastico sapere che non eravamo soli.

Avete avuto nessun problema con le forze di polizia, l’autorità portuale, oppure il livello politico?

Nelle prime ore dello sciopero la polizia era molto nervosa, trattando con una situazione inusuale. Una volta che però hanno compreso di non essere in alcun modo l’obiettivo della nostra azione si sono calmati. Qualcosa di molto simile è successo anche con l’autorità del porto. Al contrario, la reazione del governatore della regione, Giovanni Toti, è stata diversa. Formalmente, lui rimane uno dei dirigenti di riferimento del partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia. Tuttavia, a causa della rapida decomposizione di questa forza politica, Toti si sta avvicinando alla Lega di Salvini. Il governatore ci ha pubblicamente attaccato sui social media. A questo è seguito un botta e risposta tra noi e lui. Abbiamo anche pubblicato una lettera aperta di un lavoratore – peraltro non membro del Collettivo – sulla nostra pagina Facebook. In ogni caso, il semplice fatto che Toti abbia ritenuto necessario relazionarsi con i portuali sui social media rappresenta una chiara vittoria per la nostra mobilitazione.

Quali sono i prossimi passi?

Sappiamo che ci sono 10 camion blindati in un deposito qui nel porto di Genova. Noi non vogliamo essere in alcun modo complici con le atrocità di guerra in Yemen, oppure in altre parti del mondo. Perciò, proveremo a bloccare qualsiasi operazione di carico. Oltre alla solidarietà internazionale con le popolazioni sotto assedio, c’è anche un’altra importante questione qui. Ovvero, la sicurezza. Per noi è infatti molto più rischioso movimentare armi piuttosto che qualsiasi altra merce. In ogni caso, vi terremo aggiornati in caso di novità.